Callout piè di pagina: contenuto
Serie di articoli News

OPUS SIGNINUM:
IL COCCIOPESTO (NON) C’ENTRA

Può un professionista che maneggia calce, leganti aerei e cocciopesto da una vita trovarsi improvvisamente a rimettere in discussione le proprie certezze? La risposta è un’onesta sottomissione all’evidenza storica: sì, ed è esattamente quello che accade approfondendo gli studi dell’archeologo Paolo Braconi. Per chiunque abbia sempre vissuto nella confortevole convinzione che Opus signinum e Cocciopesto fossero sinonimi storici perfettamente interscambiabili, è tempo di una smentita filologica: nell’accezione classica, l’opera signina originale e l’aggregato ceramico appartengono a due storie tecnologiche ben distinte, destinate a incrociarsi solo molto più tardi.

BATTUTO A CALCE E COCCIOPESTO

Dall’Ostracus al Lastrico: l’albero genealogico del Cocciopesto

Appurato che l’opus signinum vitruviano definiva originariamente la tipologia strutturale della cisterna interrata e il suo peculiare processo di costipazione, e non il materiale in sé, sorge spontaneo un dubbio: come chiamavano i Romani i pavimenti in cocciopesto che tanto si ammirano nei siti archeologici? La risposta tecnica è Ostracus, dal greco òstrakon (guscio o frammento ceramico), codificato in latino tardo da Isidoro di Siviglia come pavimentum testaceum. È affascinante notare come questo termine abbia tracciato una linea evolutiva diretta e ancora viva nella lingua italiana e nell’edilizia regionale:

  • Ostracus: il pavimento antico in coccio battuto derivato dalla tradizione ellenistica.

  • Astrico (o Astrego): termine tecnico regionale tuttora utilizzato per descrivere sia i battuti impermeabili in lapillo del Meridione, sia i sottofondi dei maestosi pavimenti “alla veneziana”.

  • Lastrico: la naturale evoluzione moderna utilizzata quotidianamente per indicare le coperture piane (come il “lastrico solare”).

Perché la filologia cambia le regole del cantiere moderno

Restituire dignità scientifica e correttezza esecutiva alle tecniche della tradizione non è un mero esercizio accademico. Comprendere che il segreto dell’antico signino risiedeva nella compressione meccanica dei macro-vuoti e nella qualità della matrice legante, piuttosto che nel semplice apporto cromatico del coccio, cambia radicalmente l’approccio diagnostico, la progettazione delle miscele nel restauro e la conduzione stessa del cantiere. In questo modo, la manualità, l’energia della battitura e la cura della posa tornano a essere centrali rispetto all’additivazione chimica industriale.

Una lezione millenaria tra archeologia e pratica artigianale

“Cercavamo il cocciopesto, abbiamo trovato una lezione di architettura millenaria sulla resistenza intrinseca dei materiali.”

Questo stimolante cortocircuito tra ricerca storica e operatività pratica è stato il fulcro del corso OPUS SIGNINUM: pavimenti, intonaci e finiture in cocciopesto svoltosi il 7 e 8 maggio 2026. Due giornate intense che hanno visto alternarsi il rigore e le scoperte archeologiche del prof. Paolo Braconi (Università di Perugia), la sapienza artigianale e l’esperienza applicativa sul campo di Danilo Dianti, e l’indispensabile inquadramento tecnico-scientifico di Andrea Rattazzi. Un dialogo polifonico essenziale per continuare a fare cultura delle finiture storiche.

Il Cocciopesto nelle sue varie vesti

Pulsante torna in alto