Callout piè di pagina: contenuto
Serie di articoli News

STORIE DI CALCE #44
DA BOLOGNA, IL RACCONTO
DI FRANCESCO GARAU

Le Storie di Calce de La Banca della Calce sono narrazioni di materia e di memoria, dove il tempo non è un limite ma una stratificazione di significati. In questo capitolo incontriamo Francesco Garau, restauratore bolognese, nel cui laboratorio il passato ha letteralmente “ripreso corpo”.

Al centro della storia c’è un calco in gesso della celebre formella della Tentata Fuga di Re Enzo, realizzato nel 1989 durante il grande restauro del Palazzo del Podestà. Un oggetto che oggi, grazie al Roman Cement, è diventato una nuova opera capace di sfidare i secoli.

Ecco la sua storia!

Francesco, le botteghe dei restauratori sono luoghi dove il tempo sembra sedimentarsi. Come è riemerso questo calco e cosa ha significato per te ritrovarlo?

È stato un momento di pura archeologia personale. Stavo riordinando una zona del deposito rimasta intoccata per anni e, dentro una vecchia valigia con scritto “calchi”, è riapparso lui: il calco in gesso della formella della Tentata Fuga di Re Enzo. Fu realizzata ventisei anni fa, durante l’intervento di restauro sui paramenti del Palazzo del Podestà, sul Portico e sul Voltone delle Forche. A quel tempo serviva come documentazione dello stato di conservazione, ma rivederlo è stato come ritrovare un appunto prezioso dimenticato in un libro. Quel gesso fragile portava con sé un’impronta della storia di Bologna che meritava di essere tradotta in una forma più durevole.

Prima di entrare nei dettagli tecnici, ricordiamo a chi ci legge chi è Re Enzo e cosa rappresenta l’iconografia di quella formella.

Re Enzo, figlio dell’imperatore Federico II, è la figura più romantica e tragica del Medioevo bolognese. Catturato nel 1249 nella battaglia di Fossalta, rimase prigioniero nel palazzo che oggi porta il suo nome per 23 anni. La leggenda della sua tentata fuga è un classico: si dice che i suoi fedeli tentarono di portarlo fuori dal palazzo nascosto dentro una cesta.
L’iconografia della formella cattura il momento cruciale del fallimento, è come una fotografie: il Re, di corporatura esile, è dentro la brenta, il brentatore è già fuori dal palazzo ma, una donna affacciata alla finestra si accorge che dalla brenta escono ciocche di biondi capelli e lancia l’allarme. È un’immagine potente, un mix di dramma e grottesco che simboleggia l’inflessibilità del Comune bolognese.

Sappiamo che l’originale, al momento del calco, era in condizioni difficili. Come hai gestito le mancanze dell’opera?

Questo è il punto centrale. Vent’anni fa, la formella originale era già molto lacunosa; i secoli e l’inquinamento ne avevano eroso i volumi, rendendo alcune parti quasi illeggibili. Il calco registrava fedelmente quella “rovina”. Se avessi fatto una semplice colata, avrei ottenuto la copia di un frammento, ma con quella copia in gesso dell’originale decisi di restituire leggibilità all’opera.
Abbiamo integrato le parti mancanti studiando i disegni storici e i rilievi d’epoca, risalenti a quando la formella era ancora integra. Al tempo del restauro del Palazzo del Podestà diedi l’incarico ad un mio collaboratore, Massimiliano Poluzzi, studente di Belle Arti, chiedendogli di integrare con la creta le parti mancanti seguendo un disegno che avevo trovato dopo varie ricerche in un libro del Frati che raffigurava la tentata fuga del Re (Ludovico Frati “La prigionia del Re Enzo a Bologna” Arnaldo Forni Editore).
In seguito facemmo un negativo con una gomma siliconica spatolabile e producemmo la nuova formella con una colata in gesso, finita con una patinatura in tono arenaria.

 

È stato un lavoro di “restauro del modello”, dove la mano del restauratore e il documento storico si sono fusi per colmare i vuoti lasciati dal tempo.

Per questa nuova replica hai scelto un materiale d’eccellenza: il Roman Cement, o Cemento Naturale. Ci spieghi perché non ha nulla a che fare con il cemento che conosciamo tutti?

È fondamentale chiarirlo: il Roman Cement (o Cemento Naturale) non è il cemento Portland grigio dell’edilizia moderna. È un legante naturale ottenuto dalla cottura a basse temperature di marne argillose specifiche. È il materiale che ha definito l’estetica delle grandi città europee nell’Ottocento. Ha un colore caldo, che vira dall’ocra al rosato, e una tessitura vitale, minerale, che lo rende simile alla pietra naturale

Perché il Roman Cement è perfetto per repliche di fregi e decori da esterno?

Per un restauratore, è un materiale quasi magico per diversi motivi:
• Fedeltà millimetrica: Ha una fluidità e una finezza di grano che gli permettono di copiare ogni dettaglio, anche il più minuto, del modellato.
• Assenza di ritiro: A differenza di altre malte, non si contrae durante l’asciugatura. Questo garantisce che la replica sia una copia dimensionale perfetta del calco.
• Presa Rapida: Permette una lavorabilità eccellente per la sformatura di pezzi complessi.
• Durabilità e Patina: Essendo un materiale minerale naturale, è perfettamente traspirabile e compatibile con le murature storiche. Resiste al gelo e, con il tempo, sviluppa una patina nobile, non “invecchia” come i materiali sintetici ma matura insieme all’edificio.

In questa “Storia di Calce”, il ritorno di Re Enzo sembra chiudere un cerchio tra arte e tecnica.

Esattamente. Realizzare questa copia in Roman Cement ha permesso di unire il rilievo materico di ventisei anni fa con la ricerca storica dei disegni d’archivio. Abbiamo restituito a Bologna un simbolo, ma con una materia che parla la stessa lingua delle sue pietre antiche. È la dimostrazione che, usando il Cemento Naturale, possiamo fare innovazione restando fedeli all’identità dei nostri palazzi.

Curiosità sulla Fuga di Re Enzo

La figura diRe Enzo(Enzio di Sardegna) è avvolta in un’aura di cavalleria e malinconia. Figlio prediletto dell’Imperatore Federico II, Enzo era descritto dai cronisti come un giovane di bell’aspetto, colto e dailunghissimi capelli biondiche gli scendevano sulle spalle come fili d’oro.

Dopo la cattura nella battaglia di Fossalta (1249), Bologna lo rinchiuse in quella che passò alla storia come una “prigione dorata”. Il Comune pagava fior di quattrini per il suo mantenimento, ma non accettò mai alcun riscatto: il Re era il trofeo vivente della libertà comunale contro l’Impero.
La leggenda vuole che, dopo anni di prigionia, i suoi fedeli organizzarono un piano disperato. Enzo fu rannicchiato all’interno di una “corba” (una grande cesta utilizzata per il trasporto dell’uva o del vino) e caricato sulle spalle di un complice che si fingeva un facchino. Il piano stava per riuscire, ma il destino aveva la forma di una finestra aperta. Una donna bolognese, affacciata per scuotere i tappeti o semplicemente per curiosare sulla via, abbassò lo sguardo proprio mentre la cesta passava sotto di lei. In quel momento, a causa di un movimento brusco o di un colpo di vento, una ciocca dei biondi capelli del Re scivolò fuori dall’intreccio della cesta.
Quel riflesso dorato tradì il prigioniero. La donna diede l’allarme al grido di “Scapa, scapa!” (o avvisando le guardie, secondo altre versioni), portando all’immediata cattura del Re. Si dice che Enzo, tornato in cella, non uscì più da quel palazzo se non per essere sepolto nella Basilica di San Domenico.

Prodotti utilizzati

ALTRE STORIE DI CALCE

Pulsante torna in alto