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STORIE DI CALCE#8
DALLA PROVINCIA DI VITERBO, IL RACCONTO DI EffatArk

Con Storie di Calce raccontiamo le esperienze di clienti, appassionati e di tutti coloro che lavorano con la calce. Spunti, aneddoti e, perchè no, qualche esempio delle realizzazioni possibili con i nostri materiali.

Oggi abbiamo intervistato gli architetti Laura Pommella e Umberto Panconi dello Studio EffatArk >>. Nella progettazione e costruzione di una abitazione bioclimatica nella Tuscia rupestre, in provincia di Viterbo, hanno scelto di utilizzare la calce.

Buona lettura!

Innanzitutto, raccontateci di voi!

EffatArk è un “laboratorio” di progettazione ecologica dell’architettura con base a Camaiore (Lucca) che nasce da un’idea mia, Laura Pommella, e del mio
compagno di vita Umberto Panconi. Abbiamo avviato il laboratorio nello stesso periodo in cui abbiamo iniziato il nostro percorso in permacultura, durante il quale mettevamo le mani nella terra, sperimentavamo l’agricoltura sinergica e altre coltivazioni: così, sospesi tra la forca foraterra e la matita, scherzosamente, ci definimmo archicoltori.
Il Laboratorio EffatArk opera in diversi ambiti: dalle nuove costruzioni al riuso e recupero dell’esistente, alla riqualificazione energetica degli edifici, cercando di operare sempre attraverso tecnologie appropriate e contestuali. Lo studio offre anche consulenza e supporto nel coordinamento per la sicurezza per i cantieri in autocostruzione e autorecupero, nella progettazione in aree rurali (aziende agricole, fattorie didattiche, agriturismi…) e nella progettazione partecipata (comunità, ecovillaggi, co-housing). Sviluppiamo anche itinerari di apprendimento attivo e cantieri didattici in ambito sia pubblico che privato.

Come e perché avete deciso di utilizzare la calce?

Stavamo affrontando un progetto particolare: la realizzazione di un’abitazione bioclimatica in provincia di Viterbo. La richiesta del cliente era di utilizzare il più possibile materiali naturali, privi di tossicità, perseguendo un approccio olistico e permaculturale. In linea con questo approccio, nelle strategie di risparmio energetico, abbiamo proposto alla committenza di limitare l’impiego dei dispositivi più sofisticati alle sole necessità che non potevano essere soddisfatte diversamente, adottando un approccio a «bassa tecnologia». Un collega, che ha collaborato con noi nel progetto di climatizzazione, scherzando definì questo edificio la casa no black-out: il nostro obiettivo era quello di permettere agli abitanti di poter continuare a scaldarsi, raffrescarsi o cucinare anche in caso di guasto o di crisi energetica. Di conseguenza, la scelta della calce è stata anch’essa, in un certo senso, “naturale”. La stessa ubicazione della casa immersa nella natura, senza acquedotto pubblico e con periodiche interruzioni di elettricità (soprattutto in inverno), ci ha costretto a inventare soluzioni non convenzionali e rispettose dell’ambiente. La committenza ha generosamente lasciato spazio alla sperimentazione: dopo aver esposto bisogni e desideri, ci ha seguito in tutta la fase preparatoria, impegnandosi in un continuo confronto che ha portato a condividere il progetto e le scelte di un’opera che ha richiesto un percorso intenso e quasi del tutto artigianale. La risorsa «acqua» ha visto la progettazione dell’intero ciclo: raccolta, stoccaggio, distribuzione fino al riuso. L’acqua piovana è stata valorizzata grazie alla realizzazione di vasche interrate per una capienza di circa 30.000 litri: il sistema è integrato con acqua di falda pompata attraverso un pozzo preesistente. Per il riscaldamento invernale dell’abitazione è stata prevista una stufa ad accumulo: si può dire che sia diventata il cuore attorno a cui idealmente è stata poi costruita l’abitazione. La casa viene vissuta con modalità diverse: in alcuni periodi in modo continuativo, in altri solo nel weekend e questo aspetto ha richiesto particolare cura progettuale obbligando a mettere a punto sistemi flessibili ed adattivi. Si è presentata, ad esempio, la necessità che il riscaldamento entrasse a regime in tempi più rapidi rispetto a quelli di una classica stufa kachelofen; così con gli artigiani abbiamo studiato un sistema misto (radiante e convettivo) e abbiamo integrato la climatizzazione con pannelli radianti rivestiti in terra cruda, che possono essere attivati e monitorati attraverso smartphone.
In questo edificio soluzioni di climatizzazione antiche di secoli, come il raffrescamento passivo attraverso camini solari, si sono sposate alla domotica, ai sistemi di fotovoltaici ed al solare termico. Il risultato è stato possibile anche grazie ad un serrato lavoro di squadra tra committenza, progettisti, ditte esecutrici ed artigiani, ognuno ha dato veramente il meglio di sé.

Quali prodotti avete utilizzato e come?

Avevamo in mente di utilizzare materiali performanti e a basso impatto. Dopo aver fatto alcune ricerche, abbiamo deciso di affidarci a La Banca della Calce, che nello specifico ci ha fornito i seguenti prodotti: Intonaco a Cocciopesto , CalceCanapa® Termointonaco, CalceCanapa® Intercapedine e CalceCanapa® Getto. Abbiamo scelto questi materiali per vari motivi: innanzitutto, dovevamo isolare elementi della costruzione che richiedevano prestazioni diverse e applicazioni differenziate. Dalla riduzione dei ponti termici, al tamponamento di intercapedini tecniche, all’isolamento di cavedi, camini solari e tubazioni di areazione, fino al miglioramento generale delle prestazioni termiche dell’involucro. Inoltre volevamo consociare materiali il più possibile coerenti con la tecnica scelta per la costruzione. L’edificio è di tipo massivo (tecnologia adatta al microclima locale che presenta forti escursioni termiche giornaliere) con struttura portante in laterizio ad alte prestazioni termiche; questo materiale unisce capacità termica (in grado di sfasare l’onda termica) a caratteristiche isolanti permettendo il raggiungimento di una classe energetica appropriata alla zona climatica. Abbiamo comunque potenziato le prestazioni dell’involucro realizzando una “pelle” in CalceCanapa® Termointonaco su cui è stata applicata la finitura in cocciopesto. I prodotti CalceCanapa, come accennato, sono stati scelti perché altamente compatibili con il supporto in laterizio. Il cocciopesto ha radici antichissime, già i Romani lo utilizzavano per le sue caratteristiche di resistenza all’umidità: il nostro edificio non presenta un tetto in aggetto, quindi era necessario trovare una finitura adeguata. Questo materiale, inoltre, rientra nella filosofia del progetto: le superfici realizzate rispondono in modo “vivo” alle sollecitazioni degli elementi naturali e del passare del tempo, la patina che si deposita sull’edificio esprime la bellezza organica “imperfetta” che ben si integra e dialoga con il paesaggio circostante.

Ha qualche particolare in più da raccontarci circa il cantiere?

L’abitazione è stata progettata recuperando le memorie della casa rurale del viterbese, ci piace definirla una casa neovernacolare dove gli elementi della tradizione sono stati ri-attualizzati a nuove funzioni. L’approccio costruttivo è bioclimatico: ecco che, ad esempio, elementi distintivi come il tetto ad unico spiovente e i caratteristici comignoli da fumo, sono diventati espedienti e dispositivi bioclimatici per il raffrescamento passivo degli ambienti. La parete nord dell’edificio, la più esposta al freddo e ai venti, è dotata di un’intercapedine tecnica in struttura lignea che lo strutturista ha simpaticamente ribattezzato «armadio tubiero»: è un vero e proprio armadio addossato alla parete in laterizio all’interno del quale abbiamo collocato le tubazioni e che abbiamo isolato con Calcecanapa Intercapedine per prevenire fenomeni di condensa nei condotti di areazione. Questi condotti aspirano l’aria dai locali interni secondo principi di ventilazione naturale, rilasciandola alla sommità dell’abitazione attraverso camini solari con accumulo in terra cruda. Ci risulta che, ad oggi, sia l’unico sistema di questo tipo realizzato in Italia.
La costruzione dell’edificio è stato un viaggio emozionante condiviso con tutti coloro che hanno partecipato al cantiere, abbiamo infatti cercato di trasportare l’approccio ecologico anche nell’ambito relazionale e sociale. Durante il periodo di realizzazione dell’opera, per le necessità logistiche di soggiorno, insieme alla committenza abbiamo deciso di coinvolgere una cooperativa sociale che è diventata la base di appoggio per l’ospitalità, le riunioni e gli incontri. Anche il cantiere è stato gestito secondo principi partecipativi, coinvolgendo le maestranze ogni volta che si presentava la necessità di progettare insieme soluzioni che dovevano essere approntate in situ: come abbiamo accennato infatti l’aspetto artigianale e sperimentale in questo cantiere è stato costante. Non sono mancate le difficoltà, ma il rendere partecipe ciascuno ed un continuo feed-back sulle lavorazioni attuato con scambi, confronti ed anche momenti di convivialità e celebrazione, ha permesso di far sentire tutti parte del progetto e di instaurare relazioni appaganti, al punto che adesso che il cantiere è finito ci sentiamo un po’ “orfani” dei compagni che hanno collaborato a questo intenso e bellissimo viaggio. Vogliamo esprimere poi particolare stima e gratitudine verso la committenza che ci ha scelto, per aver promosso e sostenuto l’impronta olistica del progetto e nutrito grande fiducia nelle potenzialità che l’intero processo poteva attivare.

Ci sono state delle difficoltà? Come le avete risolte?

Termointonaco CalceCanapa su Canna palustreOgni cantiere, sopratutto se complesso come questo, è pieno di difficoltà. Fa parte del nostro lavoro affrontarle. Calcecanapa Getto ci ha dato effettivamente qualche problema in fase applicazione perché, laddove non compattato adeguatamente, il materiale presentava limitata resistenza meccanica superficiale. Consultato  il vostro supporto tecnico, abbiamo deciso di aggiungere alla stratigrafia una stesura di Calcecanapa Termointonaco con funzione ‘consolidante’. Una lavorazione inizialmente non prevista.
Un fatto inaspettato, ma positivo, invece riguarda proprio CalceCanapa Termointonaco che in progetto avevano già deciso di utilizzare sulle pareti in laterizio, in spessore medio di circa 5 cm, e di finire a Cocciopesto.
A novembre, per alcuni imprevisti di cantiere, il cronoprogramma ha subito variazioni e ci ha costretto a posticipare le finiture. Il Termointonaco, già applicato, sarebbe rimasto ‘a vista’ durante tutto il periodo invernale. Questa circostanza ci preoccupava, soprattutto perché non sapevamo come avrebbe potuto rispondere all’esposizione diretta di pioggia battente e al gelo.
Sorprendente, anche se sottoposte a condizioni gravose, a fine inverno le superfici in Calcecanapa si sono presentate perfette, stabili e prive di cavillature. Senza alcuna ulteriore lavorazione, abbiamo quindi applicato finitura finale a Cocciopesto rosso, che oggi appare bellissima per tessitura e colore.

Ringraziamo tanto lo studio EffatArk per aver condiviso con noi la propria esperienza.
Se anche tu voi raccontarci la tua, non esitare!

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