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STORIE DI CALCE #45
DA CHIAVARI, IL RACCONTO
DI VITALIANO MARCHETTO

Dietro ogni Storia di Calce c’è un viaggio fatto di gesti, pazienza e materia. Un luogo dove la tradizione non è un ricordo immobile, ma qualcosa che si trasforma ogni giorno.

Tra il blu del mare di Chiavari e il silenzio riflessivo del suo atelier, lo scultore e pittore Vitaliano Marchetto (collettivo WA22) ci racconta la sua rivoluzione materica ed ecologica. Un viaggio che trasforma la pietra in carne e la tecnica in amicizia.

Ecco la sua storia!

Vitaliano, i tuoi iconici guerrieri e cosmonauti nascevano nel cemento. Perché oggi hai scelto la calce?

Il cemento è un materiale rigido, brutale, figlio della fretta urbana. Con l’evoluzione del progetto WA (che in giapponese significa armonia e pace) cercavo una materia che incarnasse il concetto di impermanenza e cura. La Calce Idraulica Naturale (NHL) respira, reagisce con l’ambiente e cambia nel tempo. Ha trasformato le mie sculture da simulacri industriali a creature ancestrali, vive e vibranti di luce.

In questa transizione è stato decisivo l’incontro con La Banca della Calce. Come vi siete trovati?

Cercavo la purezza della materia e ho trovato un avamposto culturale. L’incontro con Andrea Rattazzi è stato una rivelazione: La Banca della Calce non vende semplicemente prodotti, custodisce una filosofia etica del costruire. Tra noi è nata subito una sintonie profonda e una concreta amicizia. Abbiamo capito che parlavamo la stessa lingua, quella del rispetto per la terra e per il saper fare artigiano

Le tue opere hanno spesso dimensioni monumentali. Come avete risolto i limiti strutturali della calce pura?

Le grandi dimensioni pongono sfide enormi in termini di peso e tenuta. Insieme ad Andrea e al team de La Banca della Calce abbiamo messo a punto delle miscele specifiche, unendo alla calce idraulica naturale il Roman Cement (il cemento romano). È un legante naturale storico, ottenuto a basse temperature, che garantisce una resistenza meccanica eccezionale senza l’uso di chimica tossica, mantenendo intatta la porosità e la texture poetica della calce.

Questa miscela personalizzata ha cambiato il tuo ritmo di lavoro in atelier?

Moltissimo, mi ha dato il controllo sul tempo, che nella scultura materica è tutto. Regolando le percentuali dell’impasto posso accelerare i tempi di presa quando devo tirare su i grandi volumi verticali ed evitare il collasso della materia, oppure ritardarli quando ho bisogno che l’impasto rimanga malleabile per ore per scolpire i dettagli dei volti o imprimere la cenere e il carbone.

Una scultura in calce all’aperto rischia di soffrire gli elementi. Come la proteggi?

Stiamo sperimentando con successo l’uso del sapone nero, lo stesso principio del Tadelakt marocchino. Applicato sulla calce, il sapone innesca una reazione alchemica che lo trasforma in stearato di calcio. Questo rende la superficie impermeabile all’acqua piovana ma totalmente traspirante all’interno. In più, dona all’opera una finitura satinata e una morbidezza tattile incredibile.

Per finire: cosa ti sta lasciando, umanamente, questo viaggio nella calce?

La calce mi ha insegnato che l’arte non è un atto solitario. Per natura la calce non basta a se stessa: deve unire la sabbia, deve accogliere l’acqua, deve legare i mattoni di un muro. Ma la verità profonda è che la calce unisce anche le persone e crea comunità. Questo legame nato con Andrea e La Banca della Calce dimostra che le relazioni umane autentiche sono il vero collante della nostra vita.

 

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