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Serie di articoli News

STORIE DI CALCE #43
DA ORVIETO, IL RACCONTO
DI ALICE ROHRWACHER

Con Storie di Calce raccontiamo le esperienze di clienti, appassionati e di tutti coloro che lavorano con la calce. Condividiamo spunti, aneddoti e, perché no, qualche esempio delle realizzazioni che si possono fare con i nostri materiali.

In questa puntata ci spostiamo tra le colline di Orvieto per scoprire il legame profondo tra cinema, territorio e materia attraverso il racconto di Alice Rohrwacher. La regista, celebre per la sua capacità di catturare l’anima rurale e autentica dell’Italia, ha applicato la stessa sensibilità filologica nel recupero della sua casa di campagna.
Per Alice, restaurare non significa coprire, ma svelare: un viaggio nel cuore dell’architettura sana, dove calce e cocciopesto diventano elementi vivi capaci di far respirare le pareti .

Ecco la sua storia!

Alice, partiamo dal principio. Perché hai scelto di utilizzare proprio la calce?

Cercavo una casa che non fosse un “contenitore” sigillato, ma un organismo che respira. Nei miei film cerco sempre la verità della pellicola, qui cercavo la stessa cosa. La calce è un materiale vivo, igroscopico, che dialoga con l’umidità e con la luce.

⁠Per i pavimenti hai scelto il Pastellone a Cocciopesto. Cosa ti ha affascinato di questa tecnica così antica?

La sensazione di continuità. Non ci sono fughe, non ci sono interruzioni. Il cocciopesto, con quei frammenti di laterizio macinato, regala al pavimento un colore caldo, naturale, che cambia secondo dell’ora del giorno. Camminarci sopra a piedi nudi è un’esperienza tattile completamente diversa rispetto alle resine moderne. È come camminare su un pezzo di storia.

Le pareti, invece, sono state trattate con tinte a calce. Che differenza noti rispetto alle vernici convenzionali?

La luce. Le vernici plastiche riflettono la luce in modo piatto, uniforme. La tinta a calce, invece, la assorbe e la diffonde con una vibrazione particolare. I muri non sono perfetti, hanno delle sfumature, delle ombreggiature naturali che rendono la stanza accogliente. È l’estetica dell’imperfezione che diventa bellezza.

Un progetto del genere richiede materiali specifici e una competenza tecnica rara. Come hai gestito questo aspetto?

È stato fondamentale l’incontro con La Banca della Calce. Non cercavo qualcuno che mi vendesse dei sacchi di materiale, ma una realtà che custodisse un sapere e che fornisse materie prime autentiche. Hanno fatto da ponte tra la teoria antica e la pratica in cantiere, permettendoci di usare prodotti sani e storicamente coerenti.

So che c’è stato un aspetto molto particolare legato alla formazione delle maestranze locali. Ce lo racconti?

Sì, è la parte di cui vado più fiera. Non volevamo una squadra esterna che arrivasse, facesse il lavoro e se ne andasse. Abbiamo scelto di formare artigiani del posto. Grazie al supporto tecnico ricevuto, hanno imparato a stendere il pastellone e a lavorare la materia. È stato bellissimo vedere la loro soddisfazione nel riscoprire gesti che appartenevano ai loro nonni.

Ora che la casa è finita, qual è la sensazione che provi vivendoci dentro?

Sento che la casa ha un’anima antica ma un corpo sano. L’aria è pulita. È un rifugio che non sembra “ristrutturato” nel senso aggressivo del termine, ma piuttosto “guarito”. La calce e il cocciopesto le hanno restituito la voce che aveva perso.

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